Il bene va fatto bene: Sofia Gambigliani Zoccoli e il suo impegno nel volontariato

Allora mi sono chiesta: qual è l’emergenza della mia generazione? 

“È stata determinante una lezione del corso di malattie infettive”. Così Sofia Gambigliani Zoccoli, 24 anni, di Modena, studentessa di Medicina, spiega come si è avvicinata al mondo del volontariato.

“Il professore ci raccontava di come ha vissuto l’inizio tragico e spaventoso della comparsa dell’HIV. Era un giovane medico e si è dovuto battere per sfatare tutte le false credenze su questa malattia che poneva uno stigma indelebile sulle persone che ne erano affette. Definiva questa sua lotta come “la grande emergenza della sua generazione”.

Allora mi sono chiesta: qual è l’emergenza della mia generazione? Per cancellare quale ingiustizia dobbiamo batterci? La risposta è arrivata spontanea seguendo i mass media, che mettevano al centro delle notizie il problema dei migranti.

Altrettanto naturalmente mi sono quindi avvicinata all’associazione Porta Aperta – spiega Sofia – che nella realtà modenese è un punto di riferimento per l’accoglienza e la cura delle persone in difficoltà. Inoltre quest’estate ho trovato anche il modo di conciliare questo mio desiderio con il mio indirizzo di studi.

Nella facoltà di Medicina di Modena è infatti attivo da anni un progetto chiamato “tropical doctor”, che permette a giovani studenti di svolgere un mese di tirocinio presso un ospedale di un paese del terzo mondo.

Due anni fa con questo progetto mi sono recata in un piccolo paese della in Tanzania. È stata un’esperienza estremamente bella e formativa, ma perché andare così lontano quando anche qua in Italia c’è tanto bisogno? Così quest’estate partirò con altri miei tre compagni di università per un centro di prima accoglienza ai migranti a Siracusa, per fare servizio negli ambulatori medici della struttura”.

Sofia racconta che il suo percorso nel mondo del volontariato è iniziato anni prima, quando a 17 anni “mi si è presentata l’occasione di recarmi in Albania col MisMo, presso una missione della diocesi di Modena e Reggio, per seguire dei bambini in un contesto particolarmente difficile per la povertà delle loro famiglie che scontavano ancora i postumi di un regime totalitario.

Dopo quell’esperienza è iniziato il mio percorso nel volontariato, all’inizio solo saltuariamente poi è diventato un impegno sempre più costante.

Sono già due anni che seguo il progetto di Arte Migrante, che si pone lo scopo di integrare, usando come pretesto l’arte (poesia, musica, pittura e cucina) gli individui che normalmente sarebbero ai margini della società.

Da un anno faccio parte del consiglio direttivo di Porta Aperta, una organizzazione con tantissime iniziative al suo interno volte all’aiuto degli ultimi. A fine giornata – conclude Sofia – capita di sentirsi come un nodo nel petto, tesi per tutto lo stress dato dallo studio, dalla competizione all’università e da rapporti non sempre facili.

Entro a Porta Aperta e questo nodo si scioglie, non sono più concentrata su me stessa e sui miei problemi ma ho l’occasione di pensare agli altri e di dargli aiuto.

Mi è rimasta impressa una frase di Ernesto Oliviero, sentita un capodanno di tre anni fa presso il Sermig (Arsenale della pace) di Torino: “il bene va fatto bene”.

È una concetto che molto spesso ci dimentichiamo, pensando ai più poveri come a persone di serie B a cui basta meno di quello che spetta invece a noi, portandoci ad essere superficiali e sbrigativi nelle opere di volontariato.

Questa frase è sempre lì a ricordarmi di dare il massimo, di fare del mio meglio per chiunque, indipendentemente da chi sia, anche se non è sempre facile ed automatico! Lo stesso spirito l’ho trovato nei volontari di Porta Aperta che in questo anno mi hanno sempre dimostrato la voglia di rendere il loro servizio migliore”.

Dalla nostra rubrica Noi ci siamo sulla Gazzetta di Modena