7° puntata – La Riforma in pillole: l’assenza di scopo di lucro

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Cosa significa non avere scopo di lucro in base al codice del terzo settore? Ce lo spiega l’avv. Cristina Muzzioli, continuando per noi ad analizzare la riforma del terzo settore

Il patrimonio dell’ente del terzo settore non può mai essere ridistribuito o diviso tra gli associati, ma deve essere reinvestito nelle attività d’interesse generale per il perseguimento del le finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale oggetto sociale dell’ente.

Per l’esattezza il codice dice che il patrimonio non può essere diviso tra associati, fondatori, lavoratori, collaboratori amministratori e membri degli organi e indica una serie di elementi che sono considerati una divisione indiretta del patrimonio.

Preciso una banalità: assenza di scopo di lucro non significa bilancio sempre in pareggio o assenza di “risparmi” per l’associazione.

Nessuna norma dice che gli enti del terzo settore non possano accantonare delle somme per lo svolgimento delle attività future o stabilisce un limite al patrimonio dell’ente. Anzi è quanto mai opportuno che l’associazione abbia dei risparmi per i momenti bui e che il bilancio si chiuda in attivo per avere delle risorse per raggiungere i propri obbiettivi.

Detto questo andiamo ad analizzare gli indici di divisione indiretta del patrimonio individuati dal codice del terzo settore:

Pagare compensi sproporzionati agli amministratori o ai membri degli organi sociali
Per sproporzionati si intende non commisurati alle responsabilità assunte, all’attività svolta e alle competenze possedute o comunque superiori ai compensi previsti da altri enti operanti negli stessi settori o in settori analoghi.

Pagare compensi sproporzionati a lavoratori o collaboratori
In questo caso per sproporzione si intende il pagare lavoratori e collaboratori più del 40% rispetto a quanto previsto dai contratti collettivi per le medesime mansioni, salvo comprovate esigenze di qualificare la propria attività d’interesse generale.

Può essere criticabile il riferimento ai contratti collettivi quanto in realtà il terzo settore non ha un proprio contratto collettivo o per quanto riguarda i collaboratori, che in quanto autonomi ,un contratto collettivo non l’hanno per definizione, ma in ogni modo l’indicazione di massima è chiara: la retribuzione eccessiva di dipendenti e collaboratori potrebbe essere uno strumento di divisione indiretta del patrimonio.

Acquistare beni o servizi a prezzi superiori al loro valore normale, senza valide ragioni
Anche fare acquisti “irragionevoli” potrebbe essere un modo indiretto di dividere il patrimonio.

Al contempo l’associazione potrebbe avere valide ragioni per acquistare beni più costosi di altri: ad esempio per ragioni etiche l’ente potrebbe decidere di acquistare per la propria mensa solo cibo biologico o proveniente dalla filiera del mercato equo e solidale anche se questo causa un esborso maggiore dell’acquisto dei beni presso la grande distribuzione.

Vendere beni o prestare servizi a favore degli associati, donatori, amministratori a condizioni più favorevoli di quelle di mercato a meno che questo non costituisca l’oggetto dell’attività d’interesse generale dell’associazione.
In questo modo si vuole evitare che il far parte dell’associazione ( in senso ampio in quanto sono compresi in questa previsione anche i parenti entro il secondo grado di soci, lavoratori e amministratori e eventuali società controllate dall’ente) porti a dei benefit tali da poter configurare una indiretta suddivisione del patrimonio.

Corrispondere a soggetti diversi dalle banche interessi passivi su prestiti con tasso superiore di 4 punti al tasso annuo di riferimento.
Anche il rimborso di prestiti con un forte tasso d’interesse a soggetti privati diversi dalle banche potrebbe essere un modo di dare al patrimonio dell’ente una destinazione diversa da quella della realizzazione delle attività associative.