SOVRAFFOLLAMENTO CARCERE E CIE: UNA PROPOSTA DAL PRIMO CITTADINO

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Il sindaco di Modena Giorgio Pighi interviene sulla questione del Centro di identificazione e di espulsione proponendone la chiusura, se ormai non risponde più agli obiettivi per il quale era stato realizzato, per trasformarlo in una struttura per le misure alternative alla detenzione.

Il sindaco Pighi, infatti, come presidente del Forum italiano per la sicurezza urbana (Fisu), ha lanciato nelle scorse settimane sette proposte concrete contro il sovraffollamento delle carceri, tra le quali anche quella di prevedere nuove modalità di affidamento in prova e di detenzione domiciliare lontano dalla residenza abituale per i reati commessi ai danni di persone conviventi o in conflitto col condannato e per i condannati, sempre più numerosi, che hanno un lavoro ma non sono in condizione di rimanere fuori dal carcere per mancanza  di abitazione o di un alloggio adeguato.

“Chiudiamo il Cie che sta solo creando problemi alla città e usiamo quell’edificio – conclude il suo intervento il sindaco di Modena – per affrontare con determinazione, percorrendo strade innovative, l’emergenza delle carceri stracolme e disumane”.

Ecco l’intervento integrale del sindaco di Modena

I Centri di identificazione e di espulsione (Cie) sono nati come Centri di permanenza temporanea (Cpt) per consentire alle Questure di rimpatriare le persone prive di titolo di soggiorno ma oggi sono degenerati rispetto alla loro funzione originaria.

Non sono carceri perché non sono luoghi di espiazione della pena ma, nel corso degli anni, sono precipitati in condizioni disumane ed insostenibili peggio delle carceri. Sono luoghi di disperazione e di impropria detenzione di persone che è impossibile identificare, spesso trattenute dopo avere espiato la pena in carcere.

Le persone che non si fanno identificare per scelta di illegalità o di criminalità vanno contrastate col processo e la pena, non con un trattenimento amministrativo. I migranti economici irregolari devono tornare nel loro Stato col rispetto del principio di umanità senza privarli necessariamente della libertà personale, come impone la Direttiva rimpatri dell’Unione europea. Chi delinque non va confuso con chi non ha lavoro o, semplicemente, non ha di che vivere.

Il Comune di Modena ha un Cie nel proprio territorio, voluto dai cittadini nel 1998 con le chiare garanzie poste dalla legge Turco Napoletano: permanenza brevissima, controllo penetrante del giudice, assistenza adeguata e condizioni rispettose della persona e della cultura di origine, trattenimento come provvedimento estremo solo quando l’espulsione non poteva giovarsi della collaborazione del migrante espulso.

Chiediamo allo Stato di chiudere il Cie di Modena e di destinare quell’edificio a nuove funzioni come contributo della nostra città ad affrontare il dramma del sovraffollamento delle carceri.

Nei giorni scorsi ho lanciato, come presidente del Forum italiano per la sicurezza urbana (Fisu) la proposta di prevedere nuove modalità di affidamento in prova e di detenzione domiciliare lontano dalla residenza abituale per i reati commessi ai danni di persone conviventi o in conflitto col condannato e per i condannati sempre più numerosi che hanno un lavoro ma non sono in condizione di rimanere fuori dal carcere per mancanza  di abitazione o di un alloggio adeguato.

Se lo Stato ci dà una mano, potremo realizzare, al posto del Cie, una struttura per accogliere i condannati che hanno il lavoro nel nostro territorio e possono espiare la pena nel quadro delle misure alternative alla detenzione applicate dal Tribunale di Sorveglianza. Molte persone potrebbero essere utilmente reinserite nella società o proseguire il loro lavoro mentre espiano la pena, ma in troppi devono entrare o rimanere in carcere, pur avendo i requisiti per le alternative alla detenzione, per mancanza di domicilio. In molti per questo perdono il lavoro e faranno ancora più fatica a reinserirsi.

Chiudiamo il Cie che sta solo creando problemi alla città e usiamo quell’edificio per affrontare con determinazione, percorrendo strade innovative, l’emergenza delle carceri stracolme e disumane.