LE CARCERI ITALIANE DEVONO RIEDUCARE, NON UMILIARE. LA PAROLA AGLI ASSISTENTI SOCIALI

Al 31 gennaio 2013, in Italia le carceri sono 206 per una capienza di 47.040 posti per 65.905 detenuti, di cui donne 2.818 (4,28%) – stranieri 23.473 (35,62%)– tossicodipendenti circa 22.500 (circa 34%). I non ancora definitivamente condannati sono 25.520 (il 38,72%) – i condannati sono 39.090 e di questi, al 31 dicembre 2012, 23.498 (60,79%) devono scontare meno di 3 anni, 2.314 più di 10 anni, 1.581 l’ergastolo; gli internati per misure di sicurezza sono 1.233, in misura alternativa sono 20.367 di cui in semilibertà 879– in detenzione domiciliare 9.376– in affidamento 10.112 compresi 3.195 tossicodipendenti.

Il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali, in questo momento di coinvolgimento delle Professioni sui temi nodali del Paese vuole mettere fortemente in rilievo l’emergenza del settore delle carceri, settore nel quale la Professione opera fin dal 1965, in Italia così come in tutti gli Stati del mondo.

Nella scelta di presentare nella Tavola rotonda “Giustizia e legalità” del Professional Day 2013 il tema carceri, alla luce degli interventi politici ascoltati, Edda Samory, presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli assistenti Sociali ha sottolineato che la professione di Assistente Sociale, insieme alle altre professioni ordinistiche, deve rappresentare una forza sociale e un interlocutore costante della Pubblica Amministrazione e del Governo cui far riferimento nel processo di crescita del Paese.

“La dichiarazione dello Stato d’emergenza sul sovraffollamento dei penitenziari viene riconosciuto formalmente con il decreto del 13 gennaio 2010 – dichiara Edda Samory – L’enorme disagio che si vive nelle carceri italiane ci impone l’obbligo, non solo morale, di dedicarvi maggiori risorse. Per la nostra professione, il carcere significa rieducazione, come scritto nell’art. 27 della Costituzione. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, e questo deve significare un adeguamento delle condizioni di vita nelle carceri che tenga conto dei principi basilari propri di uno stato democratico.”

Gli Assistenti Sociali che giorno dopo giorno operano in numero sempre più ridotto rispetto alle esigenze reali per la riabilitazione dei detenuti, avvertono fortemente la necessità di discutere con loro il loro progetto di vita, per riuscire ad andare oltre il luogo di pena, verso il lavoro e il reinserimento nel tessuto sociale del nostro Paese.

“Chiediamo quindi – continua Samory – che le nostre Istituzioni e chi si accinge a governare il Paese raccolgano finalmente l’avvertimento dell’Unione Europea e di quanti già si sono espressi su questa linea fortemente condivisa dalla Professione. Auspichiamo anche che si possa prevedere uno snellimento delle procedure burocratiche per pensare sempre meno alle detenzioni all’interno delle carceri e sempre più a impegni e percorsi di riabilitazione. Gli Assistenti Sociali, che si occupano del reinserimento sociale dei carcerati fin dal 1965, per uscire dall’emergenza, ritengono necessario e propongono di:

1. creare una forte sinergia tra i Servizi Sociali del Ministero Giustizia e i Servizi Sociali territoriali con protocolli e accordi per lo sviluppo delle azioni condivise;
2. mettere in cantiere un piano di informazione dell’opinione pubblica sul recupero della persona, per costruire una “sensibilità” atta a garantire una maggiore vivibilità e sicurezza del territorio;
3. promuovere lavoro di Servizio Sociale di Comunità attraverso lo studio e l’incentivazione delle reti sociali territoriali a sostegno dei progetti personalizzati di riabilitazione o di inserimento sociale;
4. monitorare e valorizzare l’affidamento dei detenuti in prova ai Servizi Sociali, per istituzionalizzare percorsi di pena alternativi.