COOPERAZIONE: LA LEZIONE DI STEFANO ZAMAGNI

Pluralismo economico, distribuzione delle ricchezze e una società che si fa carico dei cittadini sono le ragioni per cui oggi abbiamo bisogno del modello cooperativo: ecco cosa ne pensa l’economista Stefano Zamagni.

La certezza che la democrazia per esistere ha bisogno di pluralismo economico; l’aumento scandaloso delle diseguaglianze e la necessità di transitare da un modello di welfare state a uno di welfare society, dove la società nella sua interezza si fa carico dei cittadini. Su questi tre pilastri si reggono oggi le ragioni della cooperazione. Lo ha detto chiaramente il professor Stefano Zamagni, docente di Economia politica dell’Università di Bologna nella seduta straordinaria del Consiglio comunale di Modena di oggi, giovedì 22 novembre, dedicata a celebrare il 2012 Anno internazionale delle cooperative proclamato dall’Onu.

E il primato di Modena nel dedicare la seduta a questo argomento è stato innanzitutto riconosciuto dal professore bolognese che per il suo intervento è partito da un interrogativo cruciale: “Che senso ha nelle economie di oggi affermare le ragioni della cooperazione?” Una prima risposta arriva dalla Corea, tra i dieci paesi più sviluppati del mondo, che sta oggi cercando di diffondere e sostenere la cooperazione. “La Corea, in cui 12 imprese producono l’80 per cento del Pil nazionale è preoccupata – ha affermato Zamagni – si sono resi conto che la coesione sociale sta venendo meno e stanno imitando il modello italiano”. E ha aggiunto: “Si pensava che la forma cooperativa nata per contrastare la forma d’impresa capitalistica fosse destinata a sparire: è un’idea falsa, abbiamo più bisogno di cooperazione oggi che allora”.

Più in particolare Zamagni ha spiegato che la democrazia non può essere declinata solo nella sfera politica: una democrazia non può reggersi se il potere economico è concentrato nelle mani di pochi, cioè senza un solido sostrato di democrazia economica, che vuol dire pluralismo fatto di imprese capitalistiche e cooperative. Inoltre, l’aumento delle disuguaglianze nel nostro Paese non ha a che vedere con l’aumento della povertà assoluta (cioè il disporre di meno di due dollari al giorno), ma con l’aumento delle povertà relative che minaccia la pace. Il coefficiente che misura le disuguaglianze è può andare da 0 a 1, in Italia è dello 0,36; nei Paesi dell’Europa del Nord si aggira sullo 0,22, eppure l’Italia spende in stato sociale, in proporzione, quanto la Svezia. Ecco perché abbiamo bisogno di più cooperazione, perché l’impresa cooperativa distribuisce il reddito che produce. Non è pensabile aumentare ulteriormente la tassazione, già molto alta, quindi occorre usare altri metodi per ridistribuire la ricchezza. In Emilia-Romagna il maggiore pluralismo d’impresa rispetto al Piemonte o alla Lombardia garantisce una migliore distribuzione della ricchezza e quindi un indice di disuguaglianza più basso rispetto a quelle regioni.

Infine, sta oggi entrando in crisi il modello di ‘welfare state’ che soppiantò il ‘welfare capitalism’ statunitense. Per il ‘welfare state’ lo Stato deve farsi carico dei cittadini dalla culla alla bara, ma il modello, nato per garantire l’universalismo del sistema sociale, oggi non regge più e si inizia a parlare di ‘welfare society’, perché se è vero che mancano le risorse pubbliche, non è però vero che mancano quelle private (la Banca d’Italia ha dimostrato che in Italia 10 persone hanno un patrimonio pari a 10 milioni di cittadini), bisogna quindi trovare il modo di smobilizzare queste risorse. A doversi fare carico del welfare è l’intera società: Stato, imprese e società civile, tre sfere che devono interagire sistematicamente in ogni fase. Se ben impostato il welfare societario è un fattore di sviluppo, perché crea coesione sociale che è anche il primo presupposto per aumentare la produttività. La coesione sociale prevede l’applicazione del principio di fraternità, poiché la solidarietà non basta, e la cooperazione ha interpretato la fraternità come mutualità.

Il professor Zamagni ha quindi concluso il suo intervento ricordando quanto disse Ambrogio, vescovo di Milano nel V secolo, dopo la caduta dell’Impero romano: “Felice il crollo se la ricostruzione farà più bello l’edificio” e ha aggiunto: “Felice questa crisi se farà rinsavire la nostra società”.